Strumenti per storyteller: la piramide di Freytag

Una buona strategia di corporate storytelling passa dalla creazione di un racconto coerente con il “copione” di vita del nostro pubblico: per riuscire nell’intento, è necessario adottare un format narrativo in grado di catturare l’attenzione talmente bene da mandare in trance chi legge, guarda o ascolta una storia.
Accanto allo schema narrativo canonico e al viaggio dell’eroe, troviamo un’altra struttura utile per costruire un racconto che funzioni: la piramide di Freytag.

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La litote nella pubblicità e nel web writing

Negare il contrario di un concetto per affermarlo: questa è la litote, figura retorica che flirta con l’ironia e l’understatement. È un tropo che in apparenza attenua, in sostanza rafforza: quando dico che Tizio “non è certo un genio”, intendo dire che Tizio è davvero poco intelligente, al contrario di Caio, che “non è affatto stupido” (anzi: è acuto e sveglio).

Come afferma la linguista Claudia Caffi, a volte la litote si presenta con una certa “indeterminatezza”, che “ne fa alleata di un dire sorvegliato: è un dire di meno, non necessariamente per intendere di più”. In questo caso, la litote è una forma di cautela, un dire poco per non esporsi, per paura o necessità.

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Il bodycopy: se vuoi scriverlo impara prima a leggerlo

Il bodycopy, o del farsi leggere (su carta e su web)

Ogni tanto vado a ripescare dalla libreria Il copywriter mestiere d’arte di Emanuele Pirella. È una lettura entusiasmante, ispiratrice, che mi provoca un po’ di rimpianto per non aver lavorato in pubblicità all’epoca delle macchine da scrivere e dei collage. Pirella racconta la sua lunga esperienza da pubblicitario e presenta alcuni dei suoi lavori più belli. Una delle mie campagne preferite è quella di Gancia:

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#Ccome 2015: Sì, ci è piaCiuto pure quest'anno!

C-Come 2015: Sì, ci è piaCiuto pure quest’anno!

Aerei, navette, metro, scarpinate: niente mi avrebbe tenuto lontano dal C-Come 2015, seconda edizione del convegno magistralmente organizzato dai ragazzi di Pennamontata. Già l’anno scorso era stata una bella esperienza, ma quest’anno lo è stata ancora di più: tanti interventi, tutti di qualità, un clima familiare che mi ha messo subito a mio agio.

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Storytelling e contronarrazioni: seconda parte dell'intervista a Daniele Orzati

Storytelling e contronarrazioni: seconda parte dell’intervista a Daniele Orzati

Come promesso, la seconda parte dell’intervista a Daniele Orzati sulle contronarrazioni.

Come dovrebbe reagire un brand di fronte a una contronarrazione tanto efficace da rischiare di vanificare la strategia di comunicazione?

In base al tipo e al livello di contranarrazione si prospettano tre ipotesi: 1) ignorare; 2) sovrascrivere; 3) inglobare. La si ignora quando non si è in grado di comprenderla o di gestirla, quando il danno della contronarrazione è minore dell’effort richiesto da una ipotetica difesa, quando viene intaccata una campagna tutto sommato sacrificabile e non il brand nella sua essenza. Ricordiamoci, se ogni narrazione porta in sé il germe della contronarrazione dobbiamo fissare una soglia sotto la quale non c’è bisogno di intervento, di cura (come in psicanalisi è posta una soglia per delimitare il patologico dal non-patologico).

Per sovrascriverla, invece, entrano in campo gli esperti. Sovrascrivere, infatti, non vuol dire contrattaccare, bensì avviare, migliorare, diffondere il proprio racconto, senza nessun riferimento apparente all’attacco che ha fatto scattare l’allarme. Se la mia storia è migliore di quella del mio avversario avrò la supremazia narrativa sull’audience, senza bisogno di citare in giudizio.

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Storytelling e contronarrazioni intervista a Daniele Orzati

Storytelling e contronarrazioni: intervista a Daniele Orzati

Un’azienda decide di raccontare sé stessa attraverso la metodologia dello storytelling. Intercetta i racconti di vita dei propri clienti e cuce una narrazione bellissima, che colpisce nel profondo il suo pubblico. Poi, come un fulmine, arriva una contronarrazione, che demolisce e ribalta il suo messaggio. Le conseguenze? Potenzialmente gravissime.

Per capirne di più sul tema, ho intervistato Daniele Orzati di Storyfactory, esperto di contronarrazioni. Mi ha concesso una ricca intervista: questa è la prima parte.

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TuoMuseo Gamification a uso culturale

TuoMuseo: gamification a uso culturale

Un progetto nato quasi per caso durante un hackaton, un’idea che si muove fra promozione culturale, gamification e user-generated content: è questo TuoMuseo, piattaforma di smart tourism & museum multilingua per smartphone, tablet e desktop.

TuoMuseo è nato dalle menti di quattro professionisti:

    • Fabio Viola, guru di gamification, insegnante allo Ied di Milano, a Tor Vergata e fondatore di Digital Fun
    • Mohamed Nakri, sviluppatore web di Digital Fun
    • Filippo Cappellini e Timoteo Fontanella dell’agenzia di comunicazione FulFill.

    Alla base del progetto c’è la volontà di rendere più coinvolgenti e divertenti le visite a musei e luoghi di interesse culturale. I dati riportati dalla brochure di TuoMuseo ci dicono che il 70% dei visitatori pianifica i propri viaggi culturali e scandaglia il sito web della città del museo per avere altre informazioni su ciò che ha visto dal vivo. E ci dicono anche che molti dei nativi digitali trova le visite ai musei “noiose”.

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    3 parole per il 2015

    Le mie 3 parole per il 2015

    Daniele Imperi è un blogger che stimo molto. Non solo trovo la sua scrittura di alto livello, quasi sempre impeccabile, ma mi piace anche il fatto che non abbia paura di mostrare i suoi dubbi, i suoi limiti e la sua inquietudine, che lo spinge a cercare sempre il miglioramento. Ai tanti superman del blogging, mai un errore mai una mancanza mai una cosa che non sappiano fare, preferisco chi, come Daniele, si mostra nella sua interezza.

    Il primo gennaio, raccogliendo il suggerimento di Chris Brogan (lo fa dal 2012), ha scelto le sue tre parole per il 2015 e ha invitato i suoi lettori a fare lo stesso.
    Raccolgo la proposta e anch’io le mie 3 parole per il 2015. Il 2015 sarà un anno importante per me: o la va o la spacca. O la mia attività di web writer diventa quella prevalente – e sono pronto a colmare tutte le lacune che ho per riuscirci – o, a quasi 35 anni, potrei anche ripensare il mio futuro.

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    i blog-replicanti e l'effetto sticazzi

    I blog-replicanti e l’effetto sticazzi

    [Alert: post blandamente polemico]

    Settimana scorsa mi è capitato di leggere questo post di Alessia Savi, pubblicato nei primi giorni di agosto. Nel post Alessia mette in discussione l’assioma per cui chi lavora sul web debba avere per forza un blog per farsi conoscere e creare una rete di contatti per trovare lavoro e collaborazioni.

    C’è una parte che mi ha colpito particolarmente:

    Vedo troppi blog in giro per la rete che pubblicano gli stessi contenuti, triti e ritriti.
    E qualcuno ci scrive persino libri, su argomenti che troviamo online farciti in tutte le salse (e gratis). Altri provano a scriverli con metafore accattivanti, ma il succo del discorso non cambia: sono sempre gli stessi argomenti, un po’ perché si arriva tardi rispetto a chi ha iniziato prima, un po’ perché effettivamente trovare qualcosa di nuovo da raccontare in scenari che di grossi mutamenti non ne hanno vissuti risulta piuttosto difficile.

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    Gamification: giocare, coinvolgere, fidelizzare

    È da diversi giorni che una parola rimbalza nella mia mente come una pallina di ping-pong: Gamification.
    Galeotto è stato un articolo che ho scritto per Ninja Marketing (piccolo spazio pubblicità), in cui ho parlato dell’iniziativa di Smart, The Dancing Traffic Light, legata alla campagna #WhatAreYouFor, nata con l’ambizioso intento di rendere più sostenibile e più piacevole la vita cittadina.

    L’argomento mi ha incuriosito e ho pensato di capirne di più. Scopriamo insieme se ci sono riuscito.

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