scrittura cattive abitudini

La scrittura e le cattive abitudini

Qualche giorno fa scorrevo placido la newsfeed di Feedly quando mi sono imbattuto in un vecchio articolo di Jon Morrow dal titolo tanto provocatorio quanto stuzzicante: 7 Bad Writing Habits You Learned in School.

Non più di due giorni più tardi mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Massimo Birattari (a proposito: non perdetevi né i suoi libri né i suoi articoli) che sembrava fare il paio con quello: Ma a scuola si insegnano cose sbagliate?, un pezzo dove l’autore smonta cinque false credenze grammaticali (“Non si inizia un periodo con il gerundio! Non si mette la virgola prima della congiunzione e!” e altre baggianate simili).

Ho letto l’articolo di Jon Morrow per capire cosa intendesse con “cattive abitudini apprese a scuola”. Ma a scuola non si dovrebbe imparare a scrivere bene? mi sono chiesto.
Secondo l’autore, non proprio: a scuola si impara a scrivere in modo corretto, pulito, senza “slanci”, ma non necessariamente a scrivere bene, cioè in modo efficace.

Allora vediamo di mettere in fila queste brutte abitudini di cui parla Morrow per capire se ha ragione o no.

Cattiva abitudine #1: scrivere…come i morti

Il sottotitolo originale recita Trying to sound like dead people. Morrow accusa gli insegnanti di insegnare a scrivere “alla maniera dei classici”, anche se i classici hanno ormai centinaia di anni.

Gli autori classici sono grandi autori (anzi, sono – parole testuali – freaking great), ma imitare il loro stile allontana il pubblico, diciamo così, contemporaneo. In altre parole, se vuoi comunicare con le persone, devi parlare la loro lingua: scrivere alla maniera degli autori di duecento anni fa non aiuta (salvo particolari esigenze comunicative).

Cattiva abitudine #2: aspettare il “compitino” per decidersi a scrivere

Se il senso delle parole mi è chiaro, Morrow disapprova che gli studenti scrivano solo se forzati dagli insegnanti: per esempio, il classico riassunto di un libro.
Ma la vera sfida non è fare riassunti o sinossi, la sfida è scrivere partendo da zero, facendo affidamento alle proprie idee. Bisogna insomma saper affrontare quel maledetto foglio bianco senza ansie.

Cattiva abitudine #3: scrivere paragrafi lunghi

Niente muri di testo: c’è bisogno ancora di ripeterlo? No.
(Ok, l’ho appena fatto).

Tornando alle cose serie, Morrow consiglia di scrivere paragrafi di massimo tre frasi, intervallandoli con paragrafi ancora più brevi.
Attenzione alla costruzione sintattica: accumulare subordinate su subordinate può causare attacchi di panico al lettore, ma è buona cosa alternare paragrafi brevi e paragrafi lunghi per dare ritmo e vivacità.
Ricordiamoci inoltre che le virgole, i punti e virgole e i due punti danno respiro al testo: troppi punti, al contrario, possono dare un ritmo talmente sincopato che il singhiozzo può accompagnare solo.

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Cattiva abitudine #4: evitare il linguaggio scurrile a tutti i costi

Morrow usa il termine profanity, cioè an offensive or obscene word or phrase.
In linea di massima, riempire di oscenità un testo (che non sia narrativa, chiaro) è come darsi una martellata sull’alluce, ma… se una parolaccia colpisce nel segno? Se è più efficace di qualsiasi altra parola nel trasmettere un messaggio?
Più che un opinione, qui serve una riflessione lunga e condivisa.
EDIT: qui una riflessione approfondita di Benedetto Motisi e Pierluigi Vitale sul tema.

Cattiva abitudine #5: attingere alla farina dei sacchi altrui

L’autore racconta di aver preso un sacco di “A” durante la propria carriera scolastica e accademica grazie alle citazioni di altri autori.

Potevo riempire una pagina intera senza un solo pensiero originale.

Il problema è tutto lì, a suo modo di vedere: troppi insegnanti preferiscono il pensiero altrui a quello dei propri studenti, per quanto ingenuo e immaturo.
Prima o poi, chi scrive professionalmente deve smettere di appropriarsi delle idee di altri (“perché è terribilmente noioso”) e proporre la propria visione su un tema già trattato.
E, magari, smettere di tradurre articoli in modo approssimativo.

Cattiva abitudine #6: apparire freddo e disinteressato (e non prendere posizione)

L’autore invita ad avere il coraggio delle proprie opinioni. Gli ignavi non piacciono a nessuno.

A scuola abbiamo imparato che la buona scrittura si focalizza sull’oggetto del testo e non sull’autore, e mette sullo stesso piano due punti di vista differenti senza indicare qual è il migliore. Se sei uno scienziato, un ingegnere o un dottore, mantenere uno sguardo imparziale è un’ottima idea. Per tutti gli altri, è un disastro.

Meglio mettere un pizzico di personalità in quello che si scrive (per sé; quando si scrive per un cliente è tutto un altro discorso).

Cattiva abitudine #7: ascoltare gli esperti più che sé stessi

Nessuno è più esperto di te riguardo alla tua scrittura.

Affermazione valida? Sì, ma c’è da fare una precisazione.

In primis, per trovare un proprio stile bisogna imparare dai maestri: e molti grandi professionisti (narratori, copywriter, business writer) hanno scritto manuali di scrittura. L’idea che i manuali di scrittura non servano a nulla è sbagliata, grossolana, pressapochista.
E poi bisogna leggere avidamente, con la curiosità tipica dei bambini.
Certo, dopo tanto leggere bisogna mettersi davanti al pc, guardare dritto il foglio bianco e sussurrargli: Nun te temo. E scrivere fino ad acquisire una certa sicurezza.

Ci vuole una vita. Io sono ai primi vagiti.

 

Queste sono le sette cattive abitudini secondo Jon Morrow, da abbandonare senza indugi se
Qual è la tua opinione?

 

 

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Copywriter, amo la narrativa fantastica e umoristica, l’Inter e la scrittura a 360°. Altre passioni: i documentari, la musica indie, l’universo digitale, i videogiochi, la radio, gli sport (quando contraccambiano). Parafrasando Beppe Viola, sarei disposto ad avere 37 e 5 tutta la vita in cambio della creatività di Emanuele Pirella o di Terry Pratchett. Comunicat-ivo.it è la mia casa: sei più che benvenuto!